Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta è un libro fantastico.
Ne adoro lo stile: mentre leggo ho l'impressione di essere accampato vicino a qualche strada secondaria che attraversa uno stato del Nord-Ovest degli Stati Uniti, come il Dakota, o il Montana. Mi sembra di essere lì, sotto un cielo stellato, con un fuoco improvvisato vicino e di fronte a me Pirsig.
La motocicletta si riposa accanto a noi e, mentre scaldiamo dei marshmallows sul fuoco, lui racconta. Il tutto sembrerebbe normale non fosse che, dal fatto che il suo marshmallow è quasi carbonizzato, capisco che Pirsig non sta solo raccontando, ma sta rivivendo quelle esperienze, e raccontandole le fa vivere anche a me.
Pagine di Notte
"E un'altra volta è notte, e scrivo. Non so nemmeno io per che motivo, forse perchè son vivo. E voglio in questo modo dire sono, o forse perchè è un modo pure questo per non andare a letto."
martedì 18 agosto 2015
martedì 4 agosto 2015
Racconto 1 - Apprezzare senza possedere
Esco sul balcone per fumare una sigaretta
portando con me una sedia. Se si vuole fumare una sigaretta, di notte, bisogna
essere seduti, altrimenti la lieve tensione della posizione eretta disturba il
fluire dei pensieri e delle riflessioni stimolate dall’intangibile mistero
rappresentato dalla dama oscura.
Mi accoglie l’aria fresca di montagna e il
chiarore velato della luna. Accesa la sigaretta fisso lo sguardo all’orizzonte,
verso la luna crescente e la vallata nascosta su ambo i lati dai versanti delle
montagne, lasciando che la mente si svuoti e, osservando quel quadro, permetta
allo stesso di stimolare pensieri ed emozioni.
Appena il tempo di fare qualche tiro che
noto con la coda dell’occhio qualcosa in aria. E’ a poco meno di un metro da me
e, nello strizzare gli occhi per mettere a fuoco la figura, noto un sottile
filo mosso dal vento con un piccolo ragno ad un’estremità. Un filo di ragnatela
dunque.
Il
ragno molto piccolo ha un colore chiaro, quasi trasparente, tale da far pensare
che sia nato di recente.
La cosa mi stupisce e mi affascina allo
stesso tempo. La figura ed il suo sinuoso procedere nell’aria mi incantano.
Rimango fermo per qualche secondo mentre la sigaretta si consuma ad osservare
la scena. Mi chiedo se quel piccolo ragnetto si stia godendo l’esperienza, se
quel volare nella fresca brezza notturna non generi in lui una sorta di
godimento e di felicità quali io provo nel tentativo di identificarmi con lui.
Lentamente la scena si allontana da me e,
nel tentativo di trattenerla per osservarla meglio e magari capire come il
tutto sia possibile, allungo la mano passandola a qualche centimetro dal
piccolo amico. Improvvisamente noto che il suo andare si è arrestato e che ora
segue lentamente la mia mano. Devo aver preso un altro filo di ragnatela che
non ho visto, penso, e notando che il ragno si sta ora lentamente avvicinando
alla mia mano cerco di liberare entrambi dalla compagnia dell’altro.
Dopo qualche tentativo finalmente si ferma,
vicino al parapetto del balcone. Dev’essersi aggrappato al legno, penso, eppure
la sua figura mi sembra staccata dalle assi verticali. Mi avvicino cercando di
guardare meglio grazie alle lampade del giardino sottostante. Non si è fermato
sul legno! Si è impigliato in una ragnatela! Beh poco male, d’altronde è un
ragno, non avrà difficoltà a liberarsi, immagino. Ma a chi appartiene quella
ragnatela? Cerco velocemente di avere una visione completa della stessa e si,
ecco al centro l’altro ragno! E’ piccolo anch’esso ma di poco più grande
dell’altro, ed è scuro.
Il tempo di accorgermi di lui che si gira di
scatto in direzione dell’intruso. Il ragnetto non si è ancora liberato, e coi
suoi tentativi muove ovviamente i sottili fili trasparenti e appiccicosi.
L’ennesimo tentativo fa scattare il ragno scuro che in pochi istanti gli è
addosso. Appena si accorge che la preda è un altro ragno balza indietro di
qualche centimetro, probabilmente sorpreso.
Tutto normale, penso, sono due ragni, al
massimo lotteranno un po’ e poi ognuno per la sua strada. Mi sbaglio. Una nuova
vibrazione convince il padrone di casa a tornare all’attacco. Segue un
combattimento in cui i corpi dei due si confondono e il loro agitarsi scuote
violentemente la struttura perfetta della ragnatela. Pochi secondi, però, e
l’amico trasparente non risponde più ai colpi dell’altro. Ora è immobile e il
suo corpo è parzialmente coperto dal piccolo ragno nero.
Ma come fa un ragno ad uccidere un altro
ragno mi domando?
Il piccolo motore di ricerca integrato nella
mia mente buffera inconsciamente. In
un istante il risultato della ricerca, un’immagine: Il Signore degli Anelli –
Il ritorno del Re, ragno gigante contro Frodo. Pungiglione.
Buffer…
immagine: stesso film, ragno gigante contro Sam. Una specie di chela in bocca. Poco
importa il come, il piccolo amico è ora immobile.
La precedente sensazione di libertà e pace
trasmessa dal suo lasciarsi trasportare dal vento notturno ha ora lasciato il
posto a … nulla. Mentre i miei occhi sono fissi sul campo di battaglia, si fa
strada una sensazione di tristezza, poi rammarico, forse senso di colpa. Lo
stesso essere che pochi istanti prima stava probabilmente godendosi un’esperienza
nuova ora è immobile, probabilmente morto, e gli ultimi suoi attimi sono stati
di paura. Caduto in una trappola mortale di cui conosceva le caratteristiche,
ma dalla quale non è stato in grado di scappare.
Il tutto per quale motivo? Perché
involontariamente il mio voler interagire con lui ha prodotto una serie di
conseguenze che lo hanno portato lì. Io non volevo che morisse, lui certamente
non voleva morire. Eppure lo scorrere del tempo, influenzato dalle nostre
azioni, o forse solo dalle mie, ha fatto si che finisse accidentalmente su
quella maledetta ragnatela. Il caso … il fato?
E’ colpa mia? Ma io non volevo ucciderlo, è
solo che sono rimasto impigliato nella sua ragnatela e nel tentativo di
liberarmi lui è finito sulla tela dell’altro ragno, che poi lo ha ucciso.
L’altro ragno, che poi lo ha ucciso. L’altro
ragno che è ancora vivo e che sta fermo sul corpo del vinto.
L’altro ragno … il ragno assassino.
Gli occhi fissi sulla scena.
Buffer … il
pungiglione paralizza Frodo. Frodo non è morto.
Buffer
...
assassino, omicidio.
Buffer
...
Inferno.
Buffer
...
“Giustizia mosse il mio alto fattore”. Giustizia.
Con gli occhi sempre sulla scena la mia mano
si dirige verso la tasca. Perché hai dovuto ucciderlo? Gli chiedo mentalmente.
Sei un assassino. Hai ucciso qualcosa di bello.
Giustizia. Punizione.
Ho in mano l’accendino.
Punizione. Fuoco.
Brucio il terzo quadrante della ragnatela,
che al contatto con la fiamma sparisce ai miei occhi. Ora scoprirai che
qualcosa non va e dovrai ricostruire la tua trappola mortale.
Non basta.
Fuoco.
Brucio il quarto quadrante della ragnatela.
Ora te ne resta solo metà.
Trappola di morte.
Non basta.
Fuoco.
Via il primo quadrante.
In tutto ciò il ragno è rimasto fermo,
immobile sul quadrante rimasto intatto della ragnatela. Immobile, come
indifferente alla punizione.
Non basta.
Porto l’accendino sotto il secondo
quadrante. Di bruciare il ragno non se ne parla, voglio punirlo, non ucciderlo
in modo atroce. Dopotutto lui ha agito secondo natura. Lui … il ragno
assassino.
Fuoco.
La fiamma, a qualche centimetro dalla ragnatela,
rimuove la parte sottostante ai due ragni i quali restano immobili. La avvicino
lentamente, ed improvvisamente la ragnatela rimasta, compresi i due ragni si
spostano verso l’alto, finendo sotto il corrimano del balcone. Mi piego in
avanti piegando la testa per guardare sotto il corrimano, e vedo solo l’amico
trasparente, intrappolato da ciò che resta della tela. Del ragno nero non c’è
più traccia.
Sarà scappato da qualche parte, penso, e
soddisfatto mi appoggio allo schienale della sedia, riprendendomi dalla
parentesi di irrazionale ricerca di giustizia. Giustizia poi, piuttosto una
trasposizione dei miei sensi di colpa nell’esecutore del caso.
La sigaretta è quasi finita. Faccio gli
ultimi due tiri e la spengo, tornando con lo sguardo alla luna e all’orizzonte.
La scena è la stessa, eppure ora non riesco ad apprezzarla liberando la mente.
Continuo a pensare a quanto è appena avvenuto. Che senso ha avuto
quell’esperienza? Che senso ha avuto la vita di quel ragno? Finire così per
un’involontaria interazione e le sue casuali conseguenze. E la bellezza che
quel piccolo essere mi ha trasmesso? Il senso di libertà?
Forse sarebbe stato meglio non interagire
con quella scena. Apprezzarne la bellezza senza volerne far parte. Come un
fiore che se colto per ammirarlo muore.
Lezione:
apprezzare senza possedere.
Incipit
E fu così che la mia insonnia, invece di creare un alterego
modello dedito alla fabbricazione e al commercio di sapone, creò questo blog
intitolato “Pagine di notte”. Nome che riprende il caro Francesco e le sue
“Canzoni di notte”, da cui il sottotitolo del blog stesso.
Non vi è molto da aggiungere, meglio far partire la musica, o nel mio caso la penna. Pronto Flaco? “Un, du, tri… Un, du, tri…”.
Non vi è molto da aggiungere, meglio far partire la musica, o nel mio caso la penna. Pronto Flaco? “Un, du, tri… Un, du, tri…”.
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